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Crediti deteriorati: Banche e Servicer nel mercato italiano

31.01.2022

Negli ultimi anni in Italia abbiamo assistito ad un forte interesse verso gli investimenti in opportunità legate al credito distressed (problematico), da parte di una platea sempre più ampia di operatori, investitori, guru e semplici curiosi.

Tanto che oramai fanno parte del lessico comune parole come NPL (Non Performing Loans – crediti deteriorati), UTP (Unlikely To Pay – crediti di dubbio realizzo) o collettiva- mente NPE (Non Performing Exposures – esposizioni deteriorate), acronimi che hanno soppiantato le vecchie e oramai desuete definizioni di Sofferenza, Incaglio e Morosità.

 

NPL, UTP, NPE: i fattori scatenanti

Tra i principali fattori che hanno contribuito all’esplosione di questo fenomeno vi sono gli interventi normativi di derivazione comunitaria che hanno costretto le Banche a mettere in atto procedure più o meno articolate di cessione dei portafogli di NPE, finalizzate al deconsolidamento dei crediti deteriorati dai loro bilanci.

 

Primo fra tutti l’emanazione, tra il 2017 e il 2018, delle c.d. “Linee Guida per le Banche sui crediti deteriorati”, che avevano l’obiettivo di indirizzare le Banche verso un modello di gestione del rischio che consentisse di monitorare i prestiti in bonis e prevenire il decadimento della qualità del credito, introducendo la necessità di dotarsi di procedure e flussi informativi interni adeguati, così da individuare e gestire potenziali clienti con posizioni deteriorate in uno stadio molto precoce.

Successivamente, con l’adozione del c.d. calendar provisioning e l’introduzione degli NPL ratio, che prevedono livelli di copertura minima delle perdite sulle esposizioni deteriorate e che hanno stabilito un limite prudenziale di accumulo di NPE da parte di tutte le Banche dell’Unione Europea, sono stati introdotti i livelli di accantonamenti minimi per le esposizioni classificate come non-performing e - appunto - una “calendarizzazione” delle svalutazioni dei crediti deteriorati.1

Parallelamente, ulteriore popolarità è stata generata dall’introduzione dello strumento, tutto italiano, della GACS (GAranzia Cartolarizzazione delle Sofferenze), dedicato alla categoria di crediti esclusivamente non performing (NPL).

 

Si tratta di una garanzia concessa dal Ministero del Tesoro, per stimolare lo smaltimento dei crediti deteriorati presenti nei bilanci Bancari attraverso la cessione a veicoli di cartolarizzazione costituiti ad hoc. Comunemente un veicolo raccoglie i fondi necessari al pagamento del prezzo di acquisto emettendo obbligazioni sul mercato, tipicamente con una struttura in tranche senior, mezzanine e junior, che partecipano al rimborso con questo ordine di priorità. In queste specifiche operazioni è lo Stato italiano che sottoscrive le tranche senior e beneficerà per primo del rimborso ovvero sopporterà per ultimo le eventuali perdite derivanti da recuperi sui crediti inferiori alle attese.

La più recente novità è rappresentata dall’entrata in vigore, con decorrenza dal 1° gennaio 2021, della c.d. nuova DOD (Definition Of Default – definizione di ina- dempimento), adottata dalla Banca d’Italia a seguito dell’emanazione della normativa europea data dalle “Linee Guida sull'applicazione della definizione di default”. La nuova DOD declina le regole cui le Banche si dovranno attenere per la classificazione dello stato di inadempienza in cui si trova il Cliente nel momento in cui non è in grado di rimborsare i propri debiti nei confronti della Banca.

L’industria del credito deteriorato

In questo contesto, ha preso forma nel corso degli anni una industria del credito deteriorato che si è dotata di moderni processi e strategie di gestione, di cui fanno parte i c.d.:

  • Originator (banche e veicoli specializzati);
  • Buyer (investitori), per lo più veicoli di cartolarizzazione costituiti ad hoc per l’acquisto di uno o più portafogli di crediti;
  • Master servicer, banche o intermediari finanziari vigilati dalla Banca d’Italia e specializzati nella gestione delle attività amministrative e regolamentari dei veicoli di cartolarizzazione;
  • Special servicer, società specializzate, di solito in possesso di licenza ex 115 TULPS, che svolgono le attività di gestione e recupero dei crediti che compongono il portafoglio cartolarizzato.

 

I valori di stock

Questa industria del credito deteriorato evidenzia uno stock di NPE che per l’Italia, nel 2021, valeva 346 mld, dei quali 90 ancora nei bilanci bancari e 256 gestiti da Special Servicer quali DoValue, Intrum, Cerved, Prelios, Banca Ifis ed altri1. Di questi 346 mld, circa il 25% ha un sottostante immobiliare pertanto - nella stragrande maggioranza dei casi - il credito è assistito da una garanzia reale sull’immobile stesso.

Fino al 2007 gli NPE in Italia sommavano circa 76 mld, valore più o meno stabile da alcuni anni: 47 miliardi di NPL e 28 miliardi di UTP. Dopo la crisi del 2008 lo stock comincia rapidamente a crescere. Nel 2008 erano già 86 miliardi, 133 nel 2009, 158 nel 2010, e così via fino all’acme di 362 miliardi nel 2015 (201 sofferenze, 141 UTP e scaduti, 20 ceduti a terzi).

 

Fino a quel momento le cessioni massive di sofferenze erano state del tutto marginali poiché strumento poco utilizzato dal 2004 quando erano cessati i benefici fiscali previsti dalla legge 130 del 1999 che aveva introdotto in Italia le cartolarizzazioni.

Nel 2015 in tutta Europa lo stock di crediti deteriorati aveva superato i 1.000 mld e l’Italia ne deteneva il 36%, ben al di sopra della sua quota di PIL. Un primato dovuto anche alla circostanza che il nostro Paese, contrariamente ad altri partner europei, non aveva reagito prontamente alla crescita degli NPE nella prima parte degli anni ’10. Spagna, Gran Bretagna, Germania e Francia avevano investito centinaia di miliardi pubblici per salvare le loro banche, ma, quando l’Italia, tardivamente nel 2015, chiese all’Europa di costituire una bad bank pubblica per gestire gli NPE, le venne opposto il divieto di aiuti di stato ormai imperante dal 2013.

In alternativa, nel 2016, le fu consentito di lanciare il programma GACS che ria- priva la strada alle cessioni massive, grazie anche alla moral suasion operata con determinazione dalla BCE sulle banche italiane (le GACS non sono considerate aiuti di Stato, nonostante il Tesoro garantisca agli investitori il rendimento dei titoli emessi per finanziare gli acquisti massivi di NPE, in quanto le fee di tali garanzie sono calcolate a valore di mercato).

 

In termini di stock a fine anno, nel 2017, su 353 mld di NPE, già 94 erano stati ceduti. Nel 2018 la quota di stock ceduto ammontava a 165 mld, salita a 226 nel 2020. Per il 2021 si stima che il volume complessivamente ceduto raggiunga, come detto, i 256 mld, che potrebbero salire a 317 mld nel 2023 a fronte di una stima di ben 430 mld complessivi di NPE2.

Il fenomeno delle cessioni massive è stato salutato dai Regulators come la formula che ha salvato il sistema bancario italiano, pur non potendosi nascondere che le perdite economiche conseguenti hanno contribuito a costringere molte banche a ricapitalizzarsi per quasi 150 mld in dieci anni anche a causa dei bassi prezzi di cessione che, secondo Banca d’Italia, tra il 2016 ed il 2020 , per le sofferenze, sono stati in media del 20% contro un Net Book Value del 50%, valore normalmente recuperato dalle banche per le posizioni che si chiudono a gestione interna.

L’elemento positivo che viene messo in evidenza è che sui bilanci delle banche gli NPE sono diminuiti dai 342 mld del 2015 ai 104 mld lordi del 2020, che si ritiene possano aumentare a 113 nel prossimo biennio.

 

La situazione e gli scenari futuri per i crediti deteriorati

Quello di cui si parla molto meno è che, sotto il profilo macroeconomico, il fenomeno dei crediti anomali in Italia, non solo non è affatto superato, ma anzi è del tutto probabile che peggiori.

L’aver spostato dalle banche ai fondi masse enormi di NPE non ne ha significativamente ridotto la quantità complessiva che grava sull’ economia del paese. Erano 362 mld nel 2015, sono 389 mld nel 2021, nonostante i flussi di nuovi NPE non siano stati superiori a quelli della prima metà del decennio scorso grazie anche ai provvedimenti statali (moratorie, garanzie pubbliche ecc.) messi in campo contro la pandemia.

Nel 2007, i 76 mld di NPE, allora tutti in pancia alle banche, costituivano il 3,43% del Pil (2.210 mld) ed il 4,5% del totale dei prestiti bancari (1.678 mld). Nel 2020, i 330 mld di NPE (dei quali solo 104 ancora in pancia alle banche) erano tornati a superare il 17% del Pil (1.886 mld) ed il 25% dei prestiti bancari (1.301).

 

Questi numeri dimostrano ineluttabilmente che il nostro sistema economico non è riuscito affatto a digerire gli effetti nefasti delle crisi del 2008 e del 2011, tant’è che il credito deteriorato complessivo continua a galleggiare intorno ai 350 mld, di cui 260 circa in mano ai fondi d’investimento cessionari (ben 36 mld sono di UTP).

Poiché, come detto, le previsioni ritengono che nel 2023 si possano raggiungere i 430 mld, sono ben giustificate le preoccupazioni dei Regulator europei e dei go- verni per il futuro di un sistema economico che non riesce a guarire dalla patologia dei crediti deteriorati.

Ben magra consolazione è data dalla circostanza che, se raggiungessimo nel 2023 i 430 mld di NPE, l’Europa ne registrerebbe ben 1400 mld. Saremo passati dal 36,2% del 2015 (362 su 1000 mld) al 30% del 2023 (430 su 1400).

Questo significherebbe comunque che, non solo le banche dovrebbero continuare a cedere massivamente NPE registrando ulteriori perdite su crediti, ma anche che molti milioni di clienti delle banche (imprese e famiglie) continuerebbero ad essere economicamente marginalizzati, che il gettito fiscale delle banche sarebbe in contrazione e che i fondi investitori potrebbero continuare a guadagnare senza beneficio per il Fisco italiano grazie alla loro extraterritorialità.

NPE: un fenomeno endemico?

In effetti il fenomeno degli NPE rischia di restare endemico nel nostro paese ancora per molti anni. E per molti anni l’Italia potrebbe mantenere il primato dell’essere il più importante mercato di NPE, tenuto conto che altri paesi, pur avendo stock di crediti deteriorati di valore analogo (Francia) non ricorrono con particolare ampiezza alle cessioni massive, che, come abbiamo visto, se danno sollievo alle banche, non risolvono affatto il problema socioeconomico complessivo.

 

Articolo di Filippo Peschiera, Chief Financial Officer,  Morning Capital

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